Parrocchia Santa Maria di Corpolò e SS. Cristina e Paolo. (Rimini)
Parrocchia Santa Maria di Corpolòe SS. Cristina e Paolo.(Rimini)

La storia di Corpolò

Indietro nei secoli

 

 

Guardando attentamente il paese si notano due zone diverse per terreno e per fabbricati. La parte piana ha in gran parte terreno alluvionale cioè riportato, il che significa che molti secoli indietro nella pianura di Corpolò scorreva il fiume Marecchia: ne fa fede il sottosuolo ricco di ghiaia come del resto tutta la vallata. Questo fiume anche dopo che si è definitivamente allontanato dal paese, straripava spesso riducendo tutta la pianura a lago e pantano, obbligando gli agricoltori a coltivare il riso. Ne è prova anche un documento dei parroci della zona che alcuni secoli fa, chiesero al governatore pontificio se si dovesse riscuotere la decima anche del riso. La risposta fu che qualsiasi cosa producesse la terra andava soggetta alla decima.

Si può aggiungere che questo fiume ha dato continuamente pensiero ai governatori di Rimini e il Tonini nota sovente le spese sostenute per riparare il porto danneggiato dalle piene del Marecchia. Quelli che non sono giovani ricorderanno che alla destra e alla sinistra del porto, come in tutto il Borgo San Giuliano, le porte di casa avevano una saracinesca smontabile per impedire che l’acqua del Marecchia entrasse nel caso di piena improvvisa. L’ultima grande alluvione avvenne nel 1910 quando nel Borgo San Giuliano e nella zona del vecchio ospedale si andava in gondola. L’ultima pazzia del Marecchia risale al 1961 quando, per la grande piena, crollò il ponte di San Martino dei Molini facendo tre vittime: Pino Macrelli, Secondo Anelli e Aldo Zannoni. Gregorio Olivieri di Corpolò, che era, caduto con la sua Bianchina sulle macerie del ponte, fu salvato dai pompieri. Adesso difficilmente il Marecchia metterebbe così paura perché è stato scavato, e lo è continuamente, tanto da avere il letto molto più basso del terreno circostante.

La zona alta di Corpolò è certamente la più antica. Lì sono state trovate tombe, lacrimatoii, lapidi, anfore, una vera necropoli che gli studiosi fanno risalire al tempo dei Romani. Lì passava la strada antica che scendeva da Rimini e saliva al monte, ma aveva il senso contrario perché partiva da Roma. A Sansepolcro si biforcava e un tratto saliva al Fumaiolo per discendere a Cesena e unirsi alla via Emilia, l’altra, cavalcato il passo di Viamaggio, scendeva lungo il Marecchia fino a Rimini. Per il tratto più vicino a noi, da Novafeltria seguiva la sinistra del Marecchia, scendeva a Secchiano dove si trovano ancora ruderi romani e l’antica fonte. Arrivata a Ponte Verucchio attraversava il fiume sul ponte che ancora lascia vedere un avanzo di sperone, proseguiva per la Pieve di Verucchio, passava per l’attuale Convento dei Frati, scendeva per la “Valle” e toccava Corpolò. Attraverso la zona “Belvedere” passava nella Balduccia, Casale di S. Ermete, la Martella, Vergiano, Spadarolo, Padulli e Rimini. Questo percorso è documentato dai vari avanzi lasciati lungo il suo tracciato. Dove sorge la chiesa attuale, forse esisteva un tempio pagano: un capitello di colonna e una pietra sacrificale ne sono le testimonianze.

Che a Corpolò l’antica strada non scendesse al piano, ma costeggiasse la collina, ne è prova la via San Paolo, che fu aperta sull’attuale strada “Marecchia” solo verso la fine del secolo scorso. Lo documenta una domanda del parroco don Giorgi con la quale chiedeva alle autorità di poter ritirare i soldi presi nel terreno della chiesa ceduto per finire quella strada fino all’attuale sbocco nel piano. Del resto l’antica strada romana come poteva percorrere la vallata del Marecchia se il fiume continuamente straripava?

la STORIA MODERNA

 

 

Nella seconda parte di questa ricerca, presentiamo una breve storia di Corpolò che riguarda gli ultimi secoli. Metteremo in relazione l’operato delle autorità religiose e civili con la vita di questa parrocchia. Innanzitutto è utile ricordare che la nostra zona è stata sotto il dominio Pontificio per oltre mille anni e quindi il nostro sovrano era il Papa che governava per mezzo dei suoi rappresentanti.

Lungo i secoli sono state varie le forme di governo, le più vicine a noi avevano questo ordinamento: in ogni regione e provincia c’era il “Cardinal Legato”, nelle città importanti c’era il “Governatore Pontificio” e in ogni Comune c’era il “Gonfaloniere”, che aveva i compiti del sindaco attuale.

Ogni Comune aveva la sua bandiera chiamata “Gonfalone” (nome utilizzato ancora oggi).

Un altro personaggio molto importante era il “Vicario del Papa”, con mansioni varie secondo i tempi, da quelle civili e politiche a quelle militari. Da ricordare anche il “Vicario del Santo Ufficio”, che era responsabile della fede e dei costumi della zona. Quando il dominio pontificio veniva occupato da qualche Governante straniero, allora subentravano gli organismi in vigore presso gli stati occupanti, come il Prefetto, il Governatore, il Podestà, il Sindaco ecc. Dal lato religioso lo Stato Pontificio (come del resto tutto il mondo cristiano) era diviso ed è tuttora diviso in Diocesi e parrocchie. Le varie parrocchie della zona formano i “Vicariati” (nome rimasto dall’antico “Vicario”).

Dalle relazioni fra tutti questi responsabili nascono i fatti che cercheremo di narrare. Quindi bisognerà cercare cosa hanno fatto i Vescovi, i parroci, le autorità civili in merito al paese di Corpolò.

La storia assomiglia ad un fiume: chi guarda verso la sorgente vede appena un rigagnolo che si perde tra i boschi, chi invece guarda alla foce vede un volume impetuoso d’acqua che a stento viene contenuta dagli argini. Così per la storia: guardando indietro nei secoli si notano appena alcune notizie conservate dai pochi documenti che il tempo e gli uomini hanno risparmiato. Col passare degli anni le notizie si fanno sempre più abbondanti fino a diventare cronaca di ogni giorno. Riguardo a questa ricerca ci troviamo come chi guarda il fiume alla sorgente: qualche notizia sperduta nel corso degli anni, poi avvicinandoci ai nostri giorni le notizie crescono e sarà impossibile raccontarle tutte.

Per cominciare coi secoli dopo Cristo, la storia di Corpolò bisogna ricavarla da quella dell’Italia e di Rimini. Si sa dunque che Rimini era una colonia romana e con Rimini anche il suo territorio. Il magistrato era anche Pontefice, quindi univa le mansioni civili a quelle religiose. Di questo periodo ricordiamo due nomi: Castricio Vitulo e Mestrio Severo. Le campagne erano piene di templi pagani che facevano capo al pontefice di Rimini.

Con il Cristianesimo sorsero i Vescovi, dei quali il primo sembra sia stato Sant’Apollinare mandato addirittura da San Pietro. Ebbe il compito di evangelizzare tutta la regione e quindi a Rimini restò poco. Poi iniziarono le grandi persecuzioni e nell’elenco dei Vescovi c’è una lacuna di due secoli.

Verso il 260 troviamo il Vescovo Uberto, però la serie documentata comincia solo con Stemmio perché di lui esiste la firma come Vescovo di Rimini al Sinodo Romano del 313. Poi passarono i secoli e arrivò il dominio Pontificio. Anche a Rimini a capo della città restarono i Duchi che il Papa controllava con i suoi “Messi”. Di questi Duchi conosciamo un certo Giuliano, chiamato “glorioso duca di Rimini”, Andrea, Martino, ecc. Col passare degli anni ai Duchi successero i conti ed abbiamo fra gli altri i conti Ugone, Everardo, ecc. Quando si formarono i Comuni al posto dei Conti troviamo i Consoli con a capo il Podestà. A Rimini il Podestà appare intorno al 1200. Seguono altre forme di governo, finché arriviamo ai Malatesta, signori di Rimini in nome del Papa (ma che facevano volentieri a meno di lui).

In tutto questo periodo di tempo, di Corpolò non c’è nessuna notizia, oltre a quelle riportate nella prima parte di questa storia. A meno che non vogliamo includere dei corpolesi nelle truppe del Generale Narsete mandato nel 553 a sgominare una banda di briganti francesi che depredavano le campagne riminesi. Come pure potevano facilmente esservi corpolesi nella battaglia di Santa Cristina quando nel 1197 Marcobaldo della Marca di Ancona sconfisse i riminesi.

 

Nel 1216 in una delle tante guerra fra bolognesi e riminesi coi rispettivi alleati, ebbero la meglio i bolognesi, i quali passarono il Marecchia ed invasero la pianura di San Martino e Corpolò. I paesani fuggirono sui monti, ma gli uomini ancora validi furono costretti ad unirsi a loro. Lo scontro finale avvenne sulle colline di San Paolo e Santa Cristina ed ebbero la peggio i riminesi, poi per intervento del Vescovo di Rimini Ventura, fu fatta la pace e la gente tornò a casa.

 

Se fossero vivi, i nostri antenati racconterebbero che l’inverno del 1234 fu terribile. Gelò perfino il vino nelle botti, si seccarono molti ulivi e molte viti, per cui quell’anno fu ricordato per lungo tempo.

 

Nel 1348 le nostre zone (come altre d’Italia) furono colpite da una grande epidemia che veniva dall’Oriente. Naturalmente ne morirono tanti anche a Corpolò (perfino tre al giorno) e presto le sepolture delle chiese furono piene e fu necessario seppellire i morti attorno alle mura. A Rimini in una sola chiesa si arrivò a 2.400 morti (una lapide diceva 24 volte cento).

 

Nel 1365 ci fu una tale invasione di cavallette da non salvare neppure un raccolto. Gli storici dicono che il fenomeno durò alcuni anni e fu tanto il danno che il Podestà di Rimini venne nella determinazione di premiare quelli che gli portavano cesti di cavallette morte. Il premio consisteva in “60 bolognini” ogni staia di cavallette. Fatti i conti approssimativi con oggi, i nostri antenati prendevano 25-30mila lire ogni 40-50 chili di cavallette uccise e portate a Rimini. Immaginate uomini, donne e bambini alla caccia di cavallette con tutti i mezzi a loro disposizione, portarle in città coi birocci e poi passare a spendere i soldi ricevuti nei magazzeni per ritornare col grano fatto venire da fuori? Eppure è successo in quegli anni terribili delle cavallette!

 

Nel 1408 e poi nel 1412 Papa Gregorio XII visitò Rimini. La prima volta veniva dalla Toscana, calò a Carpegna, passò per Montescudo e scese a Rimini. La seconda volta veniva da Venezia, arrivò a Cesenatico, dove fu accolto da Carlo Malatesta, che attraverso Bellaria lo condusse suo ospite a Rimini. Certamente alla prima occasione come alla seconda i corpolesi sono andati in massa a Rimini per vedere e onorare il Pontefice.

 

Nel 1433 a Rimini arrivò l’imperatore Sigismondo. Veniva da Roma dove Papa Eugenio IV l’aveva incoronato successore di Carlo Magno nel “sacro Romano Impero”. A Rimini stette il 2 e il 3 settembre e le cronache del tempo dicono che fu tanta l’accoglienza che solamente il Papa poteva avere l’uguale. Il popolo gli andò incontro fuori dalle mura e dall’arco fino al castello dei Malatesta erano stesi tappeti per terra e fatte luminarie alle finestre. Senz’altro i corpolesi si sono mossi per andare a vedere l’imperatore sopra un cocchio tirato da 4 cavalli bianchi, preceduto dalle trombe d’argento e seguito da 1.600 cavalieri.

 

L’anno 1450 era l’anno santo. Sigismondo voleva aprire il Tempio Malatestiano che in quegli anni aveva rifatto per mano dei migliori artisti dell’epoca. Voleva fare bella figura davanti al Papa che non lo vedeva di buon occhio per tutte le sue malefatte.

E ci riuscì. Sebbene non finito, l’attuale Duomo fu inaugurato con tante feste, in attesa di tanta gente che arrivasse da tutta la Diocesi. Ma proprio in quei giorni e precisamente il 22 e 23 ottobre fece una tale nevicata che la gente non poté uscire di casa.

 

E sa ricordare anche la visita papale del 1507. A Santarcangelo si era fermato il Papa Giulio II di ritorno da Bologna. Il corteo papale era tanto numeroso che nella città clementina non furono trovate abbastanza case per alloggiarlo. Allora, racconta il cronista al seguito del Papa, Paride Grassi, molti fedeli passarono il fiume e trovarono alloggio nei paesi vicini e lui stesso non trovò di meglio che andare ad alloggiare presso i frati francescani di Villa Verucchio. Il giorno dopo il corteo partì e si diresse verso Montefiore senza passare per Rimini che in quel momento non era occupata dal Papa. Passarono per la strada Marecchise, attraverso San Martino, Sant’Ermete e su su fino a Montefiore dove c’era una bella fortezza.

Volete che i corpolesi non fossero sulla strada per vedere il Papa e inginocchiarsi al passaggio del Santo Padre?

 

Dal 1500 (o dal secolo XVI) esistono in abbondanza notizie anche di Corpolò. Le desumiamo dalle visite pastorali dei Vescovi, le troviamo nell’archivio parrocchiale, le abbiamo dalle cronache locali. L’invenzione della stampa ci ha permesso di avere libri di quell’epoca, il Concilio di Trento ha messo ordine nelle diocesi e nelle parrocchie, i tempi più moderni ci hanno trasmesso notizie più sicure.

Anzitutto sarà utile presentare la situazione delle nostre zone come ci appare dai documenti arrivati fino a noi. Dal resoconto delle visite pastorali si nota il calo nelle pratiche religiose, la fede era in crisi, la corruzione dilagante, il Clero non sempre di esempio.

A volte il Vescovo doveva multare il parroco perché non mandava via la serva, altre volte perché non teneva pulita la chiesa, o perché non stava in parrocchia. Come sempre però, ad un periodo di freddezza successe poi molto fervore, specialmente dopo il Concilio di Trento. Altro fatto negativo di questo secolo era la grande miseria.

I parroci dovevano pagare molte tasse, ma non ne avevano la possibilità perché i parrocchiani erano poveri ed era difficile riscuotere la decima. Anzi ci fu un momento in cui i Consoli di Rimini fecero un esposto a Roma perché diminuissero le tasse alle parrocchie. La domanda fu accolta ed allora si stette un po’ meglio. Sarà bene ricordare qui la questione delle decime. Quando comandava il Papa, sul terreno non c’era altra tassa che la decima. Essa ha origine dal popolo ebraico e fu mantenuta per molti secoli dalla Chiesa, si pagava la decima parte di tutto quello che il terreno produceva. Poi visto che era difficile fare il controllo, la decima fu imposta non sul prodotto, ma sulla superficie del terreno coltivato (fu il primo sistema di mettere le tasse sui terreni). Le misure note fino ai nostri vecchi erano queste: non usavano il quintale, ma il sacco. Ogni sacco era 4 “caselle”, una casella 3 “bernarde”, una bernarda 24 “scodelle o gemine”. Quando la decima si cominciò a pagare per superficie, sappiamo che una tornatura di terreno pagava una bernarda, mezza tornatura 12 scodelle”, ecc. Di questa decima il parroco gran parte la passava al Vescovo e ai Canonici o ad altri secondo le disposizioni ricevute, una parte restava in parrocchia per sè e per i poveri, e con tutto il resto pagava le tasse.

Un altro segno di miseria lo troviamo nelle disposizioni per i cimiteri. Si sa che fino al secolo scorso, almeno nelle nostre campagne si seppellivano i morti in chiesa: sotto il pavimento c’erano di regola quattro loculi: uno per i parroci, uno per gli uomini, uno per le donne e uno per i bambini. I morti con cassa, o senza cassa, secondo i momenti, venivano deposti in questi loculi.

Quando i loculi erano pieni, si espurgavano le ossa e si mettevano o in un altro loculo chiamato “ossario” o meglio attorno alla Chiesa. Col passare dei secoli ogni parrocchia aveva attorno alla Chiesa un cimitero piuttosto grande. Orbene nel secolo di cui parliamo, i Vescovi andando a far visita alle parrocchie, trovavano i cimiteri coltivati a fieno o addirittura a grano. La colpa era del parroco che faceva coltivare il cimitero ai più bisognosi. Il Vescovo allora interveniva e lo proibiva obbligando a recintare il cimitero con siepi e cancelli in modo che non vi andassero a pascolare le pecore.

Fra i Vescovi che hanno retto la Chiesa riminese in questo secolo, dobbiamo ricordarne alcuni perché legati in qualche modo a Corpolò per mezzo della visita pastorale.

Da una ricerca fatta da don Torri, risulta che questa parrocchia ebbe la visita del Vescovo il 15 giugno 1542 e poi ancora nel 1545, mentre era parroco don Girolamo Manenti, oriundo di San Marino. Di questo parroco non si conoscono altre notizie, molte invece se ne hanno del Vescovo di Rimini. Dagli storici si sa che mons. Ascanio Parisani è stato Vescovo a Rimini dal 1529 al 1549. Ma aveva tante mansioni importanti fuori diocesi che a Rimini non c’era quasi mai. Si faceva sostituire da un Vicario che era anche Vescovo e lo mandava nelle parrocchie a fare le Cresime e la visita pastorale. Nel 1542 il Vescovo era fuori diocesi e a Corpolò venne il Vicario Marcello Martini di Spoleto. La seconda visita pastorale del 1545 fu fatta da Giacomo Massaboni che fu Vicario del Vescovo dal 1545 al 1547. Mons. Parisani fu fatto cardinale nel 1539 e morì a Roma nel 1549. Gli successe suo nipote Giulio che tenne la Diocesi fino al 1574, anno della sua morte. Visitò personalmente le parrocchie più volte e chissà quale gioia ebbero i Corpolesi quando seppero che proprio il Vescovo veniva a fare la visita alla parrocchia: fu il 24 agosto 1562 in un intervallo di riposo del Concilio di Trento al quale anche il Vescovo partecipava. Ma non c’era più il parroco Manenti, c’è invece don Giovan Maria Pancrazi ad accogliere con il suo popolo il Vescovo Parisani. L’accoglienza fu veramente entusiasta anche perché era un Vescovo molto stimato: ne fanno fede gli storici quando dicono che fu tanto il cordoglio per la sua morte, quanto può averne di accoglienza un nuovo Pastore. Ne fa fede anche l’iscrizione che i Canonici fecero incidere sulla sua tomba in Duomo. Dice in latino: “A Giulio Parisani di Tolentino, Vescovo di Rimini, che espresse la sua intelligenza con buoni costumi e sana dottrina e governò la Chiesa per molti anni con grande competenza. A nessuno fu avverso, a molti benefico. I Canonici di Rimini ai qualli lasciò gran rimpianto, posero”. Era vissuto appena 41 anni, 4 mesi e 16 giorni. Morì il 21 marzo 1574.

Durante l’episcopato di Mons. Giulio Parisani, Corpolò cambiò diversi parroci: nel registro dei matrimoni del 1570 troviamo don Giulio Cesare Hilari, che (dal cognome trovato nei registri del Duomo) era di Rimini. Era parroco ma faceva fare tutto al cappellano don Domenico Rossi, che firmava i registri con tante espressioni di elogio verso il parroco che chiamava “suo padrone”. Poi, per vecchiaia o per altri motivi, don Hilari lasciò la parrocchia al cappellano, che cominciò a firmare col suo nome nel 1575. Mentre a Corpolò i due sacerdoti si passavano le consegne, a Rimini, dopo la morte di mons. Parisani, arrivava un grande Vescovo: Mons. Giovanni Battista Castelli. Don Domenico Rossi come parroco di Corpolò stette poco tempo, perché dopo appena due anni troviamo il suo successore don Bartolomeo Traversari, che veniva da Poggio Berni, dove aveva scambiato la parrocchia con don Domenico Rossi, oriundo di San Giovanni in Galilea (così dal primo atto di matrimonio celebrato il 10 marzo 1577). Lo scambio naturalmente era avvenuto con l’approvazione del Vescovo Castelli, che ormai aveva preso buona conoscenza della Diocesi. Egli era di origine bolognese, aveva partecipato attivamente al Concilio di Trento e abitava con il cardinale di Milano San Carlo Borromeo. Il 29 marzo 1574 fu nominato vescovo di Rimini, dove fu accolto trionfalmente. Si mise a girare per le parrocchie, convocò tre sinodi diocesani, promosse ovunque Confraternite e Compagnie, abbligò il battistero in quasi tutte le parrocchie ed ebbe incarichi dal Papa fuori diocesi e fuori d’Italia. Fu mandato anche nunzio a Parigi presso il Re di Francia, dove svolse il suo compito con molta competenza e dignità. Mentre tutto faceva prevedere per lui una splendida carriera, morì improvvisamente a Parigi il 28 agosto 1583.

Don Bartolomeo Traversari era di Portico di Romagna e sembra venire da quel casato che ha dato alla letteratura il noto umanista Ambrogio Traversari. Dalla maniera con cui ha tenuto i registri parrocchiali, dimostra di essere un uomo ordinato e intelligente. Fra l’altro ha trascritto gli ultimi atti di matrimonio redatti da don Domenico Rossi e li ha uniti con quelli assistiti da lui e non furono pochi: l’archivio ne nota 119. Ha poi iniziato il libro dei battesimi, annotando con nitida calligrafia i 561 battesimi da lui amministrati durante i 24 anni del suo parrocato a Corpolò.

Da non dimenticare che il Battistero, in vivo sasso d’Istria, esistente nella chiesa di Corpolò (che nel 1970 è stato messo a nuovo con un bel coperchio in lega di bronzo) fu fatto al tempo di don Traversari. Ne fa fede l’iscrizione latina che cinge a mo’ di nastro la vasca e dice in latino: “La comunità di Corpolò per decreto di G.B. Castelli Vescovo di Rimini fece fare l’anno 1578”.

Si riferisce a questo parroco anche il quadro posto nel presbiterio a sinistra di chi guarda l’altare. Vi è dipinto un crocefisso con S. Lorenzo e altri santi. Sotto il quadro c’è un’iscrizione latina che dice così: “Altare dedicato a San Lorenzo, distrutto per consunzione degli anni, don Bartolomeo Traversari rettore, fece fare per decreto del Vescovo l’anno 1580”.

Quando nell’estate del 1601 morì don Bartolomeo Traversari, a Rimini non c’era più il Vescovo Mons. Castelli, né il suo successore Mons. Vincenzo Torfanini morto il 1591. C’era invece Mons. Giulio Cesare Salicini, anch’egli bolognese come i due suoi predecessori. Era professore all’Università e consultore del Sant’Ufficio. Non esistono notizie che questi Vescovi siano venuti a Corpolò, ma qualche visita pastorale l’avranno certamente fatta. Per questo periodo neppure esistono i registri di cresime, si suppone perciò che i bambini delle piccole parrocchie fossero cresimati o in Duomo o nelle parrocchie principali. Morto dunque don Traversari, a Corpolò troviamo subito il successore Giovanni Battista Sontinelli, oriundo di Santarcangelo.

Di lui abbiamo l’atto di nascita, era nato il 17 ottobre 1575; suo padre si chiamava Giovanni e la mamma Chiara. Venne a Corpolò quando aveva 26 anni e una nota sui registri dice che è arrivato il 21 settembre 1601. Stette poco a Corpolò, appena il tempo per fare sei matrimoni e 31 battesimi. Due anni dopo fu trasferito sembra a Verucchio. Infatti nel novembre 1603 troviamo parroco don Pasquino Cecci che vi rimase dieci anni perché morì nell’aprile del 1613. Lo dice anche il parroco di San Martino don Fabrizio Cianino che fu chiamato a dare un battesimo a Corpolò essendovi morto il parroco.

In quei due lustri don Cecci amministrò personalmente (o per altri) 238 battesimi e assistette a 24 matrimoni. Nel frattempo, nel 1606, a Rimini era morto il Vescovo Mons. Salicini e gli successe Mons. Gessi, prelato della Curia Romana. Costui era un uomo di talento per cui ebbe incarichi importanti che gli tolsero il tempo di badare alla Diocesi e finì a Roma dove fu fatto cardinale.

Dopo alcuni mesi dalla morte di don Cecci, il Vescovo di Rimini, Mons. Berlingero Gessi, nominò parroco di Corpolò don Giovanni Roghi. Nel frattempo la parrocchia fu tenuta da don Antonio Biffolchi oriundo di Coriano, che come vice curato svolse tutte le mansioni di parroco. Poi nell’ottobre del 1613 arrivò il nuovo parroco. Ne fa fede il primo atto di battesimo registrato al 20 ottobre di quell’anno.

Don Roghi restò a Corpolò fino alla morte avvenuta nel novembre del 1635. In questi 22 anni fece cristiani col battesimo 480 bambini, benedisse le nozze di molti parrocchiani e ne accompagnò tanti altri al cimitero. Dei matrimoni e dei funerali non esiste in archivio il numero preciso. Mentre don Roghi reggeva la parrocchia di Corpolò, Rimini perse il suo Vescovo perché nel 1619 Mons. Gessi, per le sue numerose mansioni, fu trasferito a Roma, dove fu fatto cardinali e ivi morì nel 1629.

Alcuni anni dopo moriva a Corpolò anche il parroco don Roghi e il successore tardò a venire quasi un anno. Nel frattempo fu economo spirituale con tutte le mansioni di parroco don Pietro Masi che doveva essere un prete di Corpolò o della zona, perché lo troviamo economo anche a San Martino dopo la morte di don Pavolini.

Finalmente nell’estate del 1636 il Vescovo di Rimini Mons. Angelo Cesi mandò a Corpolò un prete di Tavoleto, don Giacomo Ramponi, che vi rimase fino al 1662.

In 26 anni don Ramponi celebrò 391 battesimi, congiunse in matrimonio tante giovani coppie e fece il funerale a tanti altri parrocchiani.

Il Vescovo di Rimini che aveva mandato a Corpolò don Giacomo Ramponi merita una nota di attenzione. Mons. Cesi era un prelato romano di gran merito e un insigne letterato. Governò bene la Diocesi e i parroci erano tanto stimati che si diceva fossero tutti degni di essere fatti vescovi. Questo vescovo fu poi mandato Nunzio a Venezia, dove morì a soli 44 anni, ma volle ritornare a Rimini e si fece tumulare nel Duomo. Don Ramponi, come aveva accolto festosamente Mons. Cesi in occasione della visita pastorale, così accolse il suo successore Mons. Federico Sforza.

Anche costui stette poco a Rimini, appena 10 anni (dal 1646 al 1656) perché fu chiamato a Roma e fatto cardinale. Però non dimenticò Rimini, anzi la soccorse facendo restaurare a sue spese il Duomo gravemente danneggiato dal terremoto di quegli anni. Don Ramponi, come parroco di Corpolò, vide anche il terzo Vescovo di Rimini Mons. Tommaso dei Principi di Carpegna, il cui episcopato durò appena 15 mesi, perché morì il 26 settembre dell’anno seguente. Il nuovo Vescovo al tempo di don Ramponi fu Mons. Marco Galli, un nobile milanese della Curia Romana e governatore di varie provincie. Stette a Rimini fino alla morte avvenuta nel 1683. Ebbe tante mansioni fuori diocesi e fuori Italia per cui si faceva sempre sostituire o da un Vicario o dal Vescovo di Urbania Mons. Onorati, il quale diverse volte visitò la parrocchia. Durante la presenza di questo sostituto, anche Corpolò cambiò parroco e non sappiamo se per morte o per trasferimento. Nel 1662 dopo la reggenza del cappellano don Sebastiano Gentili, arrivò il parroco don Giovanni Palmi. Era il mese di ottobre. Restò parroco per quasi 20 anni, fino alla morte avvenuta il 18 marzo 1682.

Di lui conosciamo l’atto di morte scritto da don Sebastiano Legni nominato subito Economo spirituale. L’atto dice che don Palmi aveva 66 anni, che aveva ricevuto i sacramenti dal parroco di San Martino don Barnaba Quadrelli e che fu sepolto in chiesa il giorno dopo nella tomba dei sacerdoti. Aveva celebrato 335 battesimi, molti matrimoni e molti funerali.

Tratto da: "Corpolò un paese, la chiesa, la sua gente" 
ISBN 978-88-96010-27-5
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